Omosessualità

Nel 1973 l’omosessualità è stata rimossa dalla lista di patologie mentali incluse nel Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali (DSM), dall’American Psychiatric Association (APA) ed è stata introdotta la definizione dell’omosessualità come “variante non patologica del comportamento sessuale”, riconoscendo la stessa suscettibilità alle patologie  sia in persone omosessuali che eterosessuali.

Nel 1993 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) accettò e condivise la nuova definizione dell’omosessualità.

L’evoluzione scientifica in questo ambito di studi è per lo più dovuta alle tante ricerche condotte negli Stati Uniti fra gli anni ’70 e ’80, che hanno dimostrato, attraverso confronti fra campioni di persone omosessuali ed eterosessuali, la non veridicità del costrutto “disturbo mentale” per spiegare l’omosessualità.

Si è cominciato a studiare più a fondo la complessità della realtà omosessuale, in tutte le sue sfaccettature e grazie all’azione congiunta di ricerca empirica e movimenti per i diritti gay sono cominciati ad emergere nuovi modelli di omosessualità affermativa (Gonsiorek, J.C., Sell, R.L., Weinrich, J.D., 1995).

Già nel famoso Rapporto Kinsey (1948) emerse con incontestabile evidenza il profondo divario esistente fra gli standard culturali e le reali pratiche sessuali degli individui con una notevole frequenza del comportamento omosessuale sia negli uomini che nelle donne.

Kinsey spiegava l’orientamento sessuale nei termini di un comportamento appreso: la cultura direziona l’originale indeterminatezza sessuale dell’individuo, orientandola verso determinate méte.

Dagli studi endocrinologici sappiamo infatti che l’embrione conosce, durante il suo sviluppo, una fase indifferenziata. La bisessualità ormonale è ormai dimostrata e anche se il sesso manifesto rappresenta quello dominante, sia negli uomini che nelle donne esistono ormoni del sesso opposto.

L’orientamento sessuale, inteso come attrazione sessuale, emotiva e sentimentale, determina l’essere eterosessuali, omosessuali o bisessuali.

OMOFOBIA e OMOFOBIA INTERIORIZZATA

Il termine omofobia (che deriva dal greco όμός = stesso e φόβος = timore, paura) significa letteralmente “paura nei confronti di persone dello stesso sesso” e più precisamente si usa per indicare l’intolleranza e i sentimenti negativi che le persone hanno nei confronti degli uomini e delle donne omosessuali. Essa nasce dall’idea che siamo tutti eterosessuali e che è normale e sano scegliere un partner del sesso opposto (eterosessismo). Tale considerazione è basata anche sulla falsa credenza che in natura non esistano comportamenti omosessuali.

L’omofobia, negli individui,  si manifesta attraverso la non disponibilità ad avere contatti con persone omosessuali, la negazione di aver mai avuto fantasie o atteggiamenti omosessuali ed è maggiormente presente in persone con basso livello socio-culturale, spesso portatrici di una religiosità conservatrice, che presentano un atteggiamento restrittivo nei confronti della sessualità (vissuti di colpa e vergogna), che difendono la divisione dei ruoli sociali in base al genere (maschio, femmina).

Il pregiudizio anti-gay, inoltre, è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la comunità omosessuale. Gli individui omofobici, di fatto, non conoscono la realtà gay e lesbica e ne hanno un’idea astratta basata su ciò che hanno sentito dire dagli altri.

L’ omofobia interiorizzata indica l’insieme di sentimenti (rabbia, ansia, senso di colpa, ecc.) e atteggiamenti negativi verso caratteristiche omosessuali in se stessi e nelle altre persone, è un’accettazione passiva degli atteggiamenti negativi e  dei pregiudizi  della società. Il suo sviluppo è considerato, tuttavia, un processo normale nella vita di gay e lesbiche, in quanto è un’inevitabile conseguenza del fatto che tutti i bambini sono esposti alle norme eterosessiste. Fin da piccolo, l’individuo viene cresciuto con l’aspettativa che diventi un adulto eterosessuale e più o meno consciamente riceve tutta una serie di condizionamenti che fanno sì che l’essere gay o lesbica sia vissuto come “il male” da rimuovere, nascondere, anche a costo di rinunciare a se stessi  e alla propria felicità. L’omofobia interiorizzata può causare un disagio tale da comportare lo sviluppo e il mantenimento di vere e proprie psicopatologie.

Essa fa credere di essere individui di serie B, contribuisce in modo significativo alla bassa autostima, all’autosvalutazione e all’autoesclusione sociale e all’assunzione di un comportament o passivo nelle relazioni interpersonali.
Dalle ricerche scientifiche sull’argomento, infatti, risulta che gay, lesbiche e bisessuali presentano una più alta prevalenza di disturbi psichiatrici rispetto agli eterosessuali, tra cui depressione, attacchi di panico, ansia generalizzata, abuso di alcol e stupefacenti, tentativi di suicidio.

Il pregiudizio, la disinformazione, l’isolamento e la condanna sociale sono gli elementi che più contribuiscono a far interiorizzare l’omofobia.

La persona omosessuale omofobica nega la propria identità sessuale, ha paura di essere scoperta, si sente a disagio a intrattenere pubblicamente rapporti con gay e lesbiche dichiarati, instaura relazioni intime sempre e solo a breve termine e può,talvolta, sempre a scopo difensivo, rispondere in modo omofonico alla discriminazione percepita contro gli omosessuali, attraverso la denigrazione degli eterosessuali (eterofobia).

LA RICOSTRUZIONE AFFERMATIVA DELL’IDENTITA’ OMOSESSUALE

La terapia con persone omosessuali ha come scopo principale quello di aiutarli nella costruzione dell’identità omosessuale in modo affermativo (Acceptance and Committment Therapy, Hayes, 1999), imparando a riconoscere e accettare il proprio orientamento sessuale, dando loro modo di esprimere se stessi in modo libero dai condizionamenti.

La prima parte del lavoro è infatti finalizzata ad acquisire consapevolezza e sviluppare un proprio pensiero critico rispetto ai condizionamenti ricevuti, aiutando la persona a riconoscere la propria omofobia interiorizzata.

Si individuano gli stereotipi, le credenze, i pregiudizi, i miti della famiglia e della società che più in profondità hanno influenzato il modo di vivere il proprio orientamento sessuale.

Il lavoro cognitivo procede attraverso il riconoscimento e la ristrutturazione dei principali pensieri automatici negativi che la persona associa alla propria identità omosessuale e che ne condizionano i comportamenti.

Contemporaneamente si lavora sull’identificazione di comportamenti disfunzioanli (evitamenti, ritiro sociale, ecc.) che costituiscono dei fattori di mantenimento del disagio che la persona sperimenta.

Strategie di mindfulness, regolazione emotiva (es.: identificazione ed espressione della rabbia di dover essere “invisibile”), tecniche di rilassamento e training assertivo fanno parte del percorso terapeutico.

L’accettazione della propria identità sessuale permette il confronto con altri gay e lesbiche e favorisce il processo di coming out, strategia più efficace nello sconfiggere definitivamente l’omofobia interiorizzata.

Il coming out è il processo di “emergenza” con cui la persona omosessuale si rivela agli altri come omosessuale. È un cammino di apertura, definizione e automanifestazione che, seppur non indolore, rafforza l’autostima e comporta notevoli ripercussioni positive in campo sociale.

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